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di Paolo Depetrini

Primavera 1947. Eravamo nel pieno degli anni del Grande Torino, che vinceva a ripetizione. Era difficile, sportivamente parlando, essere juventini. Non so se fu un caso oppure no, ma in famiglia scelsero proprio un derby fra Juventus e Torino per il mio debutto allo stadio. Accompagnato da mia madre, dagli spalti ebbi la gioia di vedere per la prima volta mio padre, Baldo Depetrini, giocare. La Juve perse 0-1, ma l’emozione di aver visto papà in maglia bianconera fu ben superiore al disappunto per la sconfitta.

A fine stagione, scudetto al Toro e la “nostra” Juventus al secondo posto davanti a Modena e Milan.

La mia passione per il calcio e per la maglia bianconera si consolidò proprio in quel periodo. Era l’anno in cui la Juve aveva acquistato due giocatori dallo Slavia Praga, Vycpalek e Korostelev. Erano i primi stranieri ingaggiati dai bianconeri nel dopoguerra e mio padre, che aveva instaurato con loro un rapporto molto positivo, li aiutò ad inserirsi nella Torino di quel periodo e nel calcio italiano.

Ricordo, negli anni fra il 1947 e il ‘49, la reciproca stima che avevano i giocatori juventini e torinisti. Erano soliti trovarsi, quasi ogni martedì mattina, dal barbiere vicino a casa nostra in Corso Orbassano, con Romeo Menti e con Valentino Mazzola; quest’ultimo, spesso, portava con sé il figlio, il mio coetaneo Sandrino. Si dilungavano in interminabili discussioni sulle partite disputate, prendendosi bonariamente in giro soprattutto in occasione dei derby. Si diceva che Mazzola avesse dichiarato che l’unico giocatore in grado di fermarlo fosse proprio mio papà, perché non abboccava mai alle sue finte.

La tragedia di Superga segnò in modo drammatico il destino dei campioni granata e di tante persone a loro legate. Dopo quell’evento, nel mondo del calcio, ci fu chi fece scelte coraggiose: papà, esplicitamente richiesto dal presidente Ferruccio Novo, ebbe il permesso dell’avvocato Agnelli di trasferirsi al Torino, per contribuire alla ricostruzione della squadra.

Baldo Depetrini, un simbolo della Juventus, ininterrottamente in rosa dal 1933 al 1949, andava a chiudere la carriera nella squadra rivale per eccellenza, colpita al cuore dal destino avverso.

In me avevano ormai attecchito i ricordi dei fantastici anni in bianconero di mio padre, e fui scosso da quella scelta fino a quando entrai al Filadelfia per vedere la prima partita: la magia di quello stadio mi conquistò a tal punto che per due anni tifai genuinamente Toro.

Andavo spesso a vedere gli allenamenti al Filadelfia, e dei giocatori granata conservo i ricordi più vivi: lo svedese Hjalmarsson, del quale conservo una foto in cui, bambino, mi si vede porgergli alcune fette di limone per reidratarsi (…il doping dell’ epoca!), il fortissimo Nay, la giovane speranza Gianmarinaro, Giuliano,  il grintoso e tecnico Cuscela.

Da qualche anno spopolavano le figurine dei calciatori: ne ho conservata una, bellissima, edita dalla Lavazza, che aveva creato una serie distribuita in omaggio a chi acquistasse le confezioni di caffè.

Gli anni di Baldo Depetrini in maglia granata si conclusero al termine della stagione 1950-51. Qualche mese più tardi, in occasione di una festa organizzata dagli amici di papà per il suo “fine-carriera”, presenziò anche Vittorio Pozzo, lo storico allenatore della Nazionale, che colse l’occasione per scusarsi con papà di averlo escluso dalla rosa convocata per i Mondiali del 1938. “Fu una scelta, e fu sbagliata” disse.

 

( 1 – continua)

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